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mercoledì 1 aprile 2020

ETICHETTE? NO, GRAZIE!


FINALITA’ EDUCATIVA
Educare contro il bullismo e il cyberbullismo . Comprendere che l’accoglienza di tutti è la base di una buona convivenza e di un sano clima di gruppo.  Interiorizzare che l’ emarginazione, l’esclusione, e la  prevaricazione sono da combattere.

ATTIVITA’
Su un gruppo minimo di dodici persone il conduttore chiede a quattro o cinque «volontari coraggiosi» di farsi avanti e di uscire dalla stanza con lui. Sulla testa di ogni volontario viene posta una corona di carta con un’etichetta, ossia la scritta di un ruolo che definisce un’identità di gruppo. Solitamente le etichette utilizzate sono quelle de «il tipo giusto», «il simpatico», «il capo», «lo sfigato», «l’antipatico», «l’inesistente» e possono presentare indicazioni su come essere «trattate»: ad esempio sotto quella de «l’inesistente» ci può essere scritto «ignoratemi» o sotto quella dello «sfigato», «prendetemi in giro». I volontari non devono sapere quale etichetta gli è toccata in sorte e tra loro non devono suggerirsi pena la fine del gioco. I volontari e il conduttore raggiungono il gruppo per iniziare una discussione pretestuosa su un argomento a scelta, come ad esempio l’organizzazione di una gita di qualche giorno. L’attività risulta più semplice se i conduttori sono due: il primo esce coi volontari e il secondo può stare con il resto del gruppo e istruirlo. Il mandato per tutti i partecipanti è quello di prendere parte alla discussione attenendosi alle etichette. Dopo dieci o quindici minuti di discussione, la simulazione viene interrotta, ma i volontari devono mantenere le etichette in testa. Il conduttore passa in rassegna uno dopo l’altro tutti i volontari per rivolgere loro alcune domande: «Come stai?», «Cosa hai provato durante la discussione?», «Come si sono comportati con te i tuoi compagni?», «Cosa hai pensato durante la simulazione?», «Quali comportamenti hai messo in atto?» e alla fine prima di sfilarsi la corona di carta «Cosa pensi ci sia scritto sulla tua etichetta?». Dopo questa fase che serve soprattutto a chi indossava le etichette negative per elaborare il proprio vissuto, inizia una discussione guidata sui meccanismi di gruppo.
CONFRONTO E DISCUSSIONE

. – Esistono queste etichette nei gruppi della vostra età? Quali altre etichette conoscete?
– Chi decide le etichette?
– Perché esistono certe etichette? A cosa servono?
– Conoscete qualcuno che per un’etichetta ha avuto delle difficoltà? Come è andata a finire?
L’attività utilizza perlopiù etichette maschili questo è dovuto al fatto che le dinamiche tra ragazze sono il più delle volte sottili e implicite, e per questo motivo poco si prestano alla simulazione. Si consiglia di approfondire il tema dei meccanismi al femminile durante la discussione.
– Sono diverse le etichette dei ragazzi da quelle delle ragazze? Quali etichette circolano tra ragazze?
– Quali sono i comportamenti che le ragazze mettono in atto per fissare un’etichetta?
– Quali sono le paure dei ragazzi e quelle delle ragazze in un gruppo? Quali sono le etichette più temute? Perché?

BULLISMO OGGI  Stralcio di articolo di Silvia Vegetti Finzi, docente di Psicologia Dinamica all'Università di Pavia
Nel tempo della "paura liquida", il problema del bullismo sembra essere uscito dalle aule scolastiche per rivelarsi un fenomeno collettivo vasto e complesso, che interroga la nostra capacità di educare, convivere e progettare un futuro possibile e desiderabile. Come sopraffazione intenzionale e ripetuta del più forte sul più debole, il bullismo è sempre esistito, ma i modi con cui si manifesta variano a seconda dei tempi, dei luoghi, dei contesti ambientali, delle situazioni familiari e dei temperamenti personali. Nella società patriarcale, i frequenti atti di bullismo costituivano l'esito di un'educazione autoritaria e punitiva per cui i figli erano indotti, aggredendo i compagni, ad agire attivamente quanto avevano subito passivamente. Ma nella famiglia attuale, affettiva e permissiva, sono altre le dinamiche che possono indurre i ragazzi, in particolare gli adolescenti, ad agire aggressivamente verso gli altri e talora verso se stessi. Privo di anticorpi per superare le inevitabili frustrazioni, di coraggio per rischiare, di forza d'animo per ricominciare, il ragazzo non sa come affrontare una competizione che, come tutte le gare, prevede molti partecipanti e pochi vincenti. Se le aspettative familiari superano le sue capacità, se sente di non farcela, viene travolto da un senso di inadeguatezza, da una perdita di autostima che può indurlo a imboccare due strade diverse, ma entrambe pericolose. L'una, quella scelta dagli inattivi, lo conduce a gettare la spugna, a farsi da parte rinunciando sia a studiare sia a lavorare. È la generazione "né-né", cui appartiene più del 20% dei giovani tra i 14 e i 24 anni. L'altra, quella imboccata dal bullo, lo induce ad aggredire gli altri, ai quali attribuisce le parti negative di sé, ciò che non vorrebbe essere, ma anche ciò che non può essere, come quando perseguita per invidia il primo della classe, il più fortunato, il più bello. Talvolta provoca solo per trovare il pretesto di reagire. Il bullismo è uno dei frutti velenosi, esasperati da una comunicazione contraddittoria, che in questi anni l'adulto invia ai giovani: come individuo devi batterti per realizzare le tue aspirazioni, per avere successo. Ma non ho alcuna fiducia nel futuro che ti attende e nelle risorse della generazione alla quale appartieni. Ma un agonismo individualistico, narcisistico, può cogliere solo vittorie contingenti e caduche. I veri atleti, come hanno mostrato le recenti Olimpiadi, s'impegnano allo spasmo non soltanto per sé, ma per la squadra, la città, la nazione, il continente cui appartengono. Dalla crisi che stiamo attraversando si esce non uno contro l'altro, ma tutti insieme. La prima mossa per superare il bullismo è far pace con se stessi, accettare i propri limiti, incrementare le proprie risorse, senza «desiderare il male altrui», come Aristotele definisce l'invidia.
IL BULLISMO DIFFUSO
È su questo sfondo epocale che si proietta il bullismo adolescenziale, sintomo delle difficoltà di convivenza in cui ci dibattiamo. Poiché, nella nostra società, il valore più immediatamente riconoscibile è la prestanza fisica, sono presi di mira soprattutto i compagni con evidenti inestetismi come il sovrappeso, i foruncoli, la pancetta, la statura troppo alta o troppo bassa. Oppure quelli che non corrispondono al look dominante, col risultato di omologare ragazzi e ragazze in un unico modello. Le scarpe, la felpa e i jeans diventano una prova di appartenenza: se vesti come me, sei come me, altrimenti ti considero un estraneo minaccioso e inquietante. Comportamenti di bullismo ben più gravi si possono poi riconoscere nell'emarginazione dei compagni di scuola considerati diversi perché portatori di handicap, oppure di provenienza extracomunitaria o che si dimostrano appartenenti a un ceto inferiore ma anche relativamente superiore. II figlio della professoressa o del preside non è ben visto dai compagni che lo ritengono un privilegiato. Tuttavia convincere i ragazzi a tollerare le differenze non basta; occorre formarli, non solo ad accettare, ma a valorizzare le diversità, considerandole occasioni di arricchimento personale e collettivo. L'estraneo, il forestiero, appare molto più minaccioso di chi ci è prossimo e, come tale, diventa il ricettore delle nostre paure. È stato provato che esiste una correlazione diretta tra conoscere l'altro e apprezzarlo. Se, oltre allo scambio d'informazioni storiche, geografiche e culturali, sempre un po' astratte, si aggiunge l'esperienza concreta di cibi, vesti, ornamenti e giochi, la diffidenza nei confronti del coetaneo che viene da lontano lascia man mano il posto all'amicizia. Il compagno extracomunitario, differente per certi aspetti, uguale per altri, se ha molto da imparare, ha anche molto da insegnare. Dobbiamo però riconoscere che, in una società individualistica e competitiva, è difficile coniugare eguaglianza e differenza e che la giustizia, considerata un valore fondamentale tanto dal Cristianesimo quanto dalla cultura laica di matrice illuminista, è ben lungi dall'essere realizzata. Troppo spesso il pregiudizio che afferma la superiorità della civiltà occidentale, radicato nella cultura della Grecia classica, alle origini della nostra stessa civiltà, funziona in modo inconsapevole e acritico. L'ansia diffusa incrementa l'ostilità e ostacola la realizzazione di una convivenza equa e solidale tra differenti tradizioni. Eppure, in una società multiculturale, costruire ponti per incontrarsi a metà strada è l'unico modo per evitare la contrapposizione frontale che trasforma l'aggressività in violenza. Ancor più subdola risulta la paura del diverso e la tentazione di emarginarlo, quando si rivolgono al coetaneo portatore di handicap, uno svantaggio evidente, che l'adolescente cerca di esorcizzare respingendolo e isolandolo, come temesse di esserne contagiato. In realtà, una cultura della solidarietà risulta liberatoria per tutti perché aiuta a sconfiggere il timore di essere noi stessi fragili e vulnerabili. Gli atteggiamenti da bullo, più frequenti tra gli studenti delle scuole superiori, tendono a diminuire con l'età, man mano che si definisce la propria identità. Ma per gli adolescenti la tentazione di comportarsi da bulli è forte, sollecitata dal primo compito evolutivo che devono svolgere: riconoscersi e presentarsi agli altri come maschio o come femmina, definizioni esasperate dalla competizione per la seduzione. A quell'età tutti i ragazzi vogliono la più bella, tutte le ragazze il più popolare. Ma tra i poli maschile e femminile, semplici riferimenti, esiste tutta una serie di posizioni intermedie. Nel frattempo il bullismo antifemminile (che trova un esito estremo nel femminicidio) e quello omofobico stanno diventando sempre più diffusi e inquietanti, soprattutto se esercitati dal gruppo. L'aggressività, sequestrata al singolo e gestita collettivamente, scatena un senso di onnipotenza che ottunde la coscienza e la responsabilità personale Il cyberbullismo Premesso che il bullismo è sempre esistito, la causa che lo ha diffuso e potenziato va attribuita alla diffusione dei mezzi di comunicazione informatici. Ultimamente, proprio all'inizio dell'adolescenza, i ragazzi fruiscono di mezzi di comunicazione capaci di trasformare il bullismo diretto, dove il bullo ci mette la faccia e il nome, in una forma di persecuzione molto più subdola e potente: quella che si attua tramite le nuove tecnologie informatiche. Usando Twitter, Facebook e Instagram, i bulletti possono divulgare immagini compromettenti, correlate di ingiurie e insinuazioni in modo tendenzialmente illimitato. Per comprendere l'incidenza di questo fenomeno, dobbiamo considerare che quella attuale è la prima generazione di adolescenti cresciuta in una società in cui l'essere connessi rappresenta un dato di fatto, un'esperienza quotidiana. In questo senso è interessante lo svolgimento dell'intervista (pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 14 agosto 2016) a Carolina B., ora diciassettenne, vittima di cyberbullismo nel 2013, quando aveva 14 anni. La persecuzione è iniziata, in modo del tutto casuale, nel momento in cui Carolina, durante un incontro organizzato dalla parrocchia, è salita sul palco per testimoniare la sua fede. Il video, girato furtivamente da un compagno e diffuso su Internet, suscita una campagna denigratoria violenta e prolungata che destabilizza la vittima. Anonimi commentatori, accusandola di essere «grassa, piena di brufoli, una sfigata, un cesso, una troia», l'incentivano a suicidarsi e lei ci prova, per fortuna senza riuscirci, buttandosi da un ponte. Si sente in colpa e non sa come punirsi finché trova in Rete, di cui è diventata dipendente, suggerimenti su come tagliuzzarsi le braccia con lamette e coltelli, coprendo poi le ferite con abiti larghi e neri a maniche lunghe. Nei confronti dei genitori diventa ribelle, va male a scuola, fuma qualche spinello, soffre di attacchi di panico. La mamma cerca di comprenderla, di starle vicina, di tranquillizzarla, ma non riesce a risalire alla causa della sua sofferenza, finché un valido agente della Polizia Postale, preparato ed esperto nell'arte di comunicare con i ragazzi, stabilisce con lei un dialogo aperto e costruttivo. Solo allora Carolina ritrova la stima di sé e la fiducia nei genitori e così commenta l'esito della vicenda: «Sono sopravvissuta a una guerra, ma ora ho acquistato più sicurezza, adesso mi voglio bene. Non provo odio, ho capito che i bulli sono vittime anche loro, e per curare le vittime bisogna curare anche i bulli».

PAPA FRANCESCO VICINO ALLE VITTIME DEL BULLISMO
Che Papa Francesco ci abbia abituato, sin da subito, alle sorprese e alle sue apparizioni in pubblico è un dato di fatto. Ma che riesca ad emozionare gli adolescenti, e parlare di bullismo e cyberbullismo, sembra una magia. “Sii coraggiosa”, sono queste le parole di Papa Bergoglio pronunciate in videoconferenza rivolte a Valerie Herrera la studentessa, 17enne, di una scuola gesuita americana, affetta da vitiligine, la malattia epidermica autoimmune, e per questo vittima di bullismo. [guarda il video sotto] https://www.youtube.com/watch?time_continue=82&v=S4fi8mkKLyw
E Papa Francesco ha sorpreso anche quando ha chiamato i genitori di Vincenzo, il bambino vittima di bullismo perché ritenuto troppo grasso, il 7 ottobre 2014, in un autolavaggio del quartiere Pianura di Napoli, seviziato con un il tubo di un compressore che gli ha lacerato l’intestino. L’aspetto fisico insieme all’orientamento sessuale sono dunque una delle prime cause di bullismo e cyberbullismo tra gli adolescenti. E Papa Francesco è dalla parte delle vittime, tanto da dedicare una parte all’interno della Lettera Enciclica Laudato Sì del Santo Padre Francesco sulla Cura della Casa Comune inducendo alla responsabilità e all’utilizzo critico dei nuovi media. Durante la visita alla città di Milano, nello stadio di San Siro, Papa Francesco ha toccato il tema del fenomeno del bullismo. Agli 80.000 convenuti il Pontefice ha rivolto un forte appello ad arginare questo problema. Le parole del Pontefice rivolte sopratutto ai tanti ragazzi presenti: 'Nella vostra scuola c'è qualcuno di cui vi fate beffa, che prendete in giro perché basso o grasso; vi piace farlo vergognarlo oppure picchiarlo? Questo si chiama bullismo. Per favore fate una promessa: non fatelo mai più e non permettete a nessuno di farlo nella vostra scuola'. La risposta è stato un si corale che ha fatto tremare le gradinate dello stadio https://www.youtube.com/watch?v=i1mTHiog4Ng
Conosciamo persone vittime di bullismo o altra forma di discriminazione?
Come possiamo dimostrare la nostra vicinanza e la nostra attenzione anche come gruppo?

L’ACCOGLIENZA NELLA SACRA SCRITTURA
Anche nel mondo biblico ci troviamo di fronte a culture che spesso tra loro si respingono e che pongono gravi problemi di tipo sociale. Il principio da cui partire e la meta da raggiungere rimangono, comunque e sempre, non l’esclusione e il rigetto, ma lo spirito di accoglienza. Nella Scrittura anche lo straniero ha diritto al rispetto, alla tutela, all’amore. In Lv 19,33-34, in un’opera che parla dei principi di purità, si legge: «Quando un forestiero dimorerà presso di voi, nel vostro paese, non gli farete torto. Il forestiero dimorante fra di voi lo tratterete come colui che è nato fra di voi. Tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri nel paese d’Egitto». In questi due versetti è profondamente sottolineato il fatto che occorre amare lo straniero come se stessi, perché anche Israele ha provato cosa vuol dire essere straniero. Certo, qui si distingue tra il forestiero che è residente rispetto agli stranieri di tutto il mondo, però si osserva che la persona pur «diversa» che abita nella tua stessa via deve aver assicurata la stessa legge, lo stesso trattamento e la stessa tutela e persino l’amore. Le citazioni sono numerose nell’A.T. e riguardano lo straniero, la vedova, il povero… tutti coloro che potevano essere vittime di esclusione sociale. Dio è il Padre di tutti indistintamente e chi si affida a Lui non può non vivere del suo stesso amore verso tutti.
CITAZIONI PER RIFLETTERE
L’emarginazione ti sottrae al potere e quindi al fango. Ti avvicina al punto di vista di Dio. (Fabrizio de Andrè) Gli emarginati, nel cavo delle loro mani aperte, tengono Dio come un passero pieno di sole, ma gli uomini sono troppo occupati nel loro egoismo per accorgersene. (Fabrizio Caramagna) Esiste una povertà ben più grande: non essere amato, desiderato, sentirsi escluso ed emarginato. (Madre Teresa di Calcutta) Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri allora io reclamo il diritto di dividere il mondo in diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro. Gli uni sono la mia patria, gli altri i miei stranieri. (Don Lorenzo Milani) Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. (Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, Articolo 7, 1948)
Rublëv seppe rappresentare la sintesi del più grande mistero della nostra fede, rivelandoci l’unità e al tempo stesso la distinzione delle persone divine. In questa icona il cerchio (eternità, perfezione) si impone come motivo dominante di tutta la composizione. Nel cerchio stanno perfettamente le tre figure angeliche che stanno ad indicare l’amore perfetto, senza inizio e senza fine. Il triangolo, la cui base è il lato superiore del tavolo e il cui vertice posa nel capo dell’angelo centrale, è la figura semplice che mi dice tre in uno, uno in tre. Cerchio e triangolo non si vedono; proprio come Dio, che è presente eppure non lo vediamo. Le forme quadrangolari sono invece ben definite, (pedane, tavolo, sgabelli), visibili come il creato e la terra che esse rappresentano. A questo ritmo di composizione si uniscono colori di un’armonia incomparabile. Essi sono usati eloquentemente per esprimere dei simboli: - il rosa-oro richiama il manto imperiale, - il verde indica la vita, - il rosso l’amore sacrificato. - Speciale significato ha il blu che indica la divinità e le verità eterne. E’ distribuito a tutti e tre gli angeli: l’angelo di sinistra nel quale riconosciamo il Padre, porta la tunica di colore blu, ma essa è quasi totalmente coperta dal manto regale (invisibilità-ineffabilità). Dio nessuno l’ha mai visto, per questo l’angelo centrale, nel quale riconosciamo Dio Figlio, porta il manto blu: “il Figlio l’ha rivelato”, solo nel Figlio si fa visibile. “Chi vede Me ,vede il Padre” Il Figlio è uomo (tunica rosso sangue); ha ricevuto ogni potere dal Padre (stola dorata, sacerdozio regale di Cristo). Anche l’angelo di destra, nel quale riconosciamo Dio Spirito Santo, mostra la tunica blu in abbondanza, perché il ruolo è di “far comprendere e ricordare la Parola” (Giov.14,26). Il manto verde indica che lo Spirito Santo è Dio che “da’ la vita” e “rinnova la faccia della terra”. Il Padre siede con solennità sul suo trono. Il suo sguardo, il gesto della sua mano destra sembrano esprimere un comando breve e chiaro con semplicità, ma con autorità: tutto procede da Lui. Egli chiama il Figlio indicandogli con mano benedicente la coppa al centro (contenente l’agnello del sacrificio). Il Figlio comprende la Volontà del Padre –farsi cibo e bevanda degli uomini- e l’accetta (china il capo e benedice la coppa) “mio cibo è fare la Volontà del Padre” - chiedendo l’assistenza dello Spirito Consolatore.
Questi accoglie (mano posata delicatamente sul tavolo) la Volontà del Padre per il Figlio, e con il suo piegarsi riporta la nostra attenzione al Figlio e al Padre: vuole metterci obbedienti davanti a Gesù (“nessuno può dire “Gesù è Signore” se non per opera dello Spirito Santo”) e abbandonati e fiduciosi davanti al Padre (“lo Spirito grida nei nostri cuori: Abbà, Padre!”). C’è posto anche per me, in questo circolo d’amore delle Tre Persone : davanti c’è lo spazio per me, perché io possa partecipare al colloquio intimo e segreto, gioioso e impegnativo: è lo spazio dei martiri (finestrella dell’altare), di chi offre la vita. Il mio posto ha la forma di calice (lo spazio libero tra le pedane). Fuori dal cerchio vediamo: la montagna (luogo del silenzio e delle manifestazioni di Dio), l’albero (quercia di Mamre, l’albero della Croce, nuovo albero della vita), la casa (il Padre accoglie ed ama tramite la Chiesa, che per essere edificata richiede il lavoro dell’uomo, la collaborazione e l’armonia di più uomini). I bordi accennano ad un ottagono: la creazione si riposa nella calma e pienezza dell’ottavo giorno, giorno del Signore. “La carità è il progetto originario di Dio, della Trinità, che consegna questo dono all’uomo, lo imprime nella sua identità, così che questo amore diventa un apriori da cui partire per costruire tutte le relazioni”. (Benedetto XVI)
Dio ci invita a entrare nel dinamismo della sua stessa relazione per
diventare anche noi costruttori di rapporti autentici.
Esprimiamo il nostro Sì a questo invito mettendo il nostro nome nello
spazio rimasto aperto dell’icona
(si possono attaccare i nomi all’icona scrivendoli su dei post-it oppure davanti a un tavolo preparato nel luogo dell’incontro).
FILM
Mean Creek Regia di Jacob Aaron Estes, Usa, 2005. Il prepotente, Georgie, attacca in modo insensato un compagno di scuola, il gracile Sam. Il fratello maggiore di Sam, Rocky, decide di fare giustizia e con due amici escogita un piano per umiliare il bullo, ma, mentre il disegno punitivo prende forma, emergono le fragilità di Georgie e lo sguardo di Sam si apre alla compassione. Sam cerca, a questo punto, di fermare il fratello, ma saranno le dinamiche di gruppo a decidere l’esito della vicenda.
DOMANDE PER LA DISCUSSIONE
 Quali sono le ragioni dei protagonisti?
Perché prendono parte alla gita in barca?
Come mai il vissuto del protagonista nei riguardi di Georgie cambia radicalmente?
 Cosa accade quando Sam chiede al fratello di abortire il piano?
Come sono distribuite le responsabilità dell’epilogo?
 In generale, durante un maltrattamento qual è la responsabilità degli astanti?
 Quali possono essere gli ingredienti per formare un gruppo coeso e accogliente?

PREGHIERA
Quanto è bello ed arricchente che tutti stiano insieme, Signore.
Allarga il nostro cuore all’accoglienza e al rispetto.
Guarisci il nostro cuore perché non riversiamo su altri
le nostre paure e le nostre insicurezze.
Illumina il nostro sguardo perché sappiamo riconoscere
quanto di sorprendente c’è in ciascuna esistenza.
Mostraci tu, Signore, quanto è stupendo un mondo unito
nella diversità.
Mettici insieme, Signore, tienici insieme, facci camminare insieme!

mercoledì 4 marzo 2020

TUTTI PER UNO


Chiarire il significato di avere una regola comune, uno stile condiviso che tiene uniti. Comprendere che questo non significa conformismo come necessità per essere accettati, ma scelta libera e responsabile per costruire il gruppo.

PARTIRE DALLA PAROLA
Esodo 34,27-32 27Il Signore disse a Mosè: «Scrivi queste parole, perché sulla base di queste parole io ho stabilito un'alleanza con te e con Israele». 28 Mosè rimase con il Signore quaranta giorni e quaranta notti, senza mangiar pane e senza bere acqua. Egli scrisse sulle tavole le parole dell'alleanza, le dieci parole. 29Quando Mosè scese dal monte Sinai - le due tavole della Testimonianza si trovavano nelle mani di Mosè mentre egli scendeva dal monte - non sapeva che la pelle del suo viso era diventata raggiante, poiché aveva conversato con lui. 30Ma Aronne e tutti gli Israeliti, vedendo che la pelle del suo viso era raggiante, ebbero timore di avvicinarsi a lui. 31Mosè allora li chiamò, e Aronne, con tutti i capi della comunità, tornò da lui. Mosè parlò a loro. 32Si avvicinarono dopo di loro tutti gli Israeliti ed egli ingiunse loro ciò che il Signore gli aveva ordinato sul monte Sinai.
PROPOSTA DI RIFLESSIONE
È un grande dono quello che Dio fa agli Israeliti: l’alleanza che egli stesso stringe col popolo è segno di grande amore e misericordia. Dio dona al suo popolo queste leggi poiché esse sono necessarie per la vita quotidiana di gruppo, nel rispetto reciproco e nel rispetto di Dio. Mosè è entusiasta, si sente rinnovato e rigenerato da questo nuovo incontro con Dio tanto che “la pelle del suo viso era diventata raggiante”. Una volta sceso dal monte, da buon “leader”, Mosè mette al corrente tutti gli israeliti di ciò che il Signore aveva ordinato loro così che la modalità di vita condotta da ogni membro del popolo sia la stessa ed essi possano agire come gruppo. Immaginiamo, invece, un qualsiasi tipo di gruppo dove non vi sia alcuna regolamentazione della vita al proprio interno, dove ognuno può fare ciò che gli pare fregandosene del rispetto dell’altro e di ciò che lo circonda; dove chiunque abbia una personalità forte può influenzare e condizionare chi invece è meno deciso. E a questo punto che si rende necessario fare differenza tra “fare gruppo” e “fare branco”. Il branco è quello al quale appartieni per non rimanere escluso. Il gruppo è quello al quale appartieni e basta, senza se e senza ma. Nel primo caso devi usare le tue migliori armi di adattamento: lo fai per sopravvivere, o perché sei molto giovane e di conseguenza spaesato. Ti uniformi a certi comportamenti non perché ti piacciano davvero, ma perché ti allontanano dalla solitudine. E’ soltanto con la maturità che impari a sdoganarti dal branco. È allora che ti vesti e ti comporti come meglio ti aggrada, e non come impone la moda del momento. Scatta allora la fase successiva: quella del “fare gruppo”. Collaborare a un progetto comune, uno qualsiasi, che sia anche soltanto scambiarsi conforto e amicizia sincera, vomitare in quel gruppo lacrime che verranno accolte con un’empatia che ti fa bene all’anima, consolare a tua volta, ridere di gusto e far ridere, ma senza inventarti effetti speciali per ottenere chissà cosa. Essere te stesso eppure far parte di un gruppo, sul serio. Sentirsi sdoganato dai giudizi, perché i tuoi compagni sono ovviamente diversi, ma sostanzialmente identici a te. 

ASCOLTO DELLA CANZONE “UN MONDO D’AMORE” GIANNI MORANDI

Un piccolo regolamento per la vita, nel rispetto degli altri, finalizzato alla costruzione del mondo che tutti vogliamo: un mondo d’amore. Anche in un gruppo funziona così, il rispetto delle regole serve proprio
per migliorarsi e vivere bene insieme agli altri.
Quali regole per il nostro gruppo?
Invitare gli adolescenti a scrivere un VADEMECUM per il loro gruppo. Ogni proposta dovrà essere votata da tutti perché sia accolta all’unanimità. È importante che l’educatore sappia condurre questo momento con attenzione affinché le regole accolte siano conformi allo stile che si vuole dare al gruppo. Se una regola importante non viene accolta immediatamente si può lasciare in sospeso finché il gruppo non compia un cammino di maturazione.
(Al termine di questa prima fase, riprendere il significato del brano di Es 34 per approfondire l’importanza della Parola di Dio nella vita del gruppo.)

Che posto occupa la Parola di Dio nel nostro gruppo?
Può diventare LA regola del nostro gruppo? Come?

“QUESTI GIOVANI SONO TUTTI UGUALI!”.
Conformismo adolescenziale e bisogno di autonomia Man mano che l’adolescente si allontana dalla famiglia ricerca sempre più attivamente la relazione con i pari. Inizialmente, durante la preadolescenza, vi sono delle piccole cricche, formate da gruppi di soli ragazzi o sole ragazze. Successivamente questi gruppi omogenei per sesso e molto esclusivi divengono più ampi, delle vere e proprie compagnie, comprendendo membri di sesso diverso. Appartenere a un gruppo di pari rappresenta il soddisfacimento di un bisogno di indipendenza, e pare un obiettivo che l’adolescente considera irrinunciabile; ma entrare a far parte di un gruppo non è semplice. Anche il gruppo adolescenziale ha delle norme, la cui accettazione più o meno consapevole determina non solo l’appartenenza, ma anche il grado di soddisfazione personale che se ne ricava e il modo in cui si viene percepiti dall’altro (Berti, Bombi, 2005). I primi studi che hanno esaminato il conformismo, negli anni ’50, hanno posto l’accento sulla funzione socializzante e adattiva che il gruppo assume di contro all’inadeguatezza della famiglia a svolgere tale compito. Tali ricerche non hanno fatto altro che enfatizzare gli aspetti negativi del conformismo e dell’appartenenza al gruppo: l’adolescente è rappresentato come un soggetto passivo, il cui processo di emancipazione dalla famiglia si realizza secondo modalità regressive di fusione con il gruppo (Coleman, 1983). I primi studi che hanno esaminato il conformismo, negli anni ’50, hanno posto l’accento sulla funzione socializzante e adattiva che il gruppo assume di contro all’inadeguatezza della famiglia a svolgere tale compito. Tali ricerche non hanno fatto altro che enfatizzare gli aspetti negativi del conformismo e dell’appartenenza al gruppo: l’adolescente è rappresentato come un soggetto passivo, il cui processo di emancipazione dalla famiglia si realizza secondo modalità regressive di fusione con il gruppo (Coleman, 1983). Una ricerca di Amerio ha messo in discussione tale visione, ponendo l’accento sul gruppo percepito come “scambio” e luogo di interazioni sociali complesse. Per quest’autore lo “stare insieme” degli adolescenti è molto importante sul piano affettivo, cognitivo e sociale. Il ragazzo che rispetta le norme del proprio gruppo di appartenenza non è passivo, piuttosto è un soggetto attivo, il quale costruisce le proprie competenze in un contesto di interazione sociale (Amerio, cit. in Trentini, 1987). Una serie di ricerche che sono state condotte negli anni a seguire ha messo in luce che le preoccupazioni dei genitori in merito al conformismo e al favoritismo adolescenziale riguardavano il fatto che potesse verificarsi, all’interno del proprio gruppo di appartenenza, una tendenza all’omologarsi a delle norme di gruppo un po’ trasgressive, quali il fumare, il bere, il drogarsi (Darcy, Deanna, Vivek, 2000). Queste considerazioni hanno stimolato ulteriori ricerche che hanno coinvolto un gran numero di ragazzi adolescenti. Essi sono stati intervistati in merito alle norme e ai comportamenti condivisi all’interno del proprio gruppo di pari. Analizzando le varie risposte sembrerebbe che alcuni comportamenti trasgressivi, quali il fumare, il bere una volta ogni tanto, guidare in modo spericolato, erano dai giovani considerati tollerabili ma, di contro, il rifiuto delle droghe pesanti era una regola importantissima del gruppo Bisogna anche tener presente che l’inizio dell’adolescenza segna un picco nel comportamento antisociale (Coie e Dodge, 1998). L’adolescente, un po’ per moda, un po’ per acquisire visibilità all’interno del proprio gruppo, inizia ad infrangere le regole. Molto frequenti a questa età sono le assenze ingiustificate a scuola e le fughe da casa. Sovente a queste lievi condotte trasgressive si aggiungono azioni illegali vere e proprie, quali piccoli furti, atti di vandalismo, risse. Una ricerca condotta da Bonino, Cattelino e Ciairano nel 2003 (cit. in Berti, Bombi, 2005) ha esaminato queste condotte devianti adolescenziali ed ha constatato che raramente questi comportamenti sfocino in condotte delinquenziali, in quanto queste trasgressioni svolgono delle funzioni psicologiche, quali l’affermazione del sé, il desiderio di piacere ai coetanei e di cementare il rapporto con essi attraverso delle condotte oppositive nei confronti degli adulti. Quindi, anche in questo caso, ci troviamo di fronte ad un omologarsi al proprio gruppo al fine di sentirsi indipendenti dagli adulti, sebbene la propria compagnia di coetanei proponga delle norme trasgressive. Infatti il conformismo si ridimensiona notevolmente con il trascorrere degli anni, e una regione di ciò è anche relativa alla perdurante importanza della famiglia che ridimensiona l’influenza del gruppo. Sembrerebbe infatti che ragazzi e ragazze, quando si tratta di fare il nome delle persone per loro più importanti, nominano tipicamente i genitori o qualche parente stretto. Il gruppo di pari influenza sicuramente i gusti musicali, le mode del momento e la scelta degli amici da frequentare, ma se si tratta di affrontare o ricevere consigli su questioni importanti sono i genitori ad essere consultati (Steinberg, 2001). Inoltre, nella tarda adolescenza, il gruppo di coetanei viene ridimensionato di importanza. Sicuramente i ragazzi continuano a frequentare il proprio gruppo di amici al fine di trascorrere il tempo con coetanei che hanno le medesime abitudini e bisogni, ma col trascorrere del tempo essi tendono a privilegiare un amico della propria età come confidente dei propri dubbi e stati d’animo e come consigliere delle proprie scelte.
Quali sono gli ambiti a cui ci CONFORMIAMO nel gruppo?
Cosa siamo disposti ad accettare pur di appartenere a un gruppo?
Come aiutarci fra noi per essere saggiamente conformi a ciò che vale?
DINAMICHE
Capo facci cambiare
 Gli adolescenti sono disposti a cerchio e uno di loro si allontana, perché non deve vedere ciò che viene fatto e deciso. Gli altri scelgono un CAPO che inizia una sequenza precisa di gesti, cambiando molto spesso movimento (es. battere le mani, muovere i piedi, gesticolare, ecc…). Tutti i ragazzi del cerchio dovranno ripetere esattamente i suoi movimenti, cercando di sviare l’adolescente fuori dal gruppo, che ha il compito di scoprire chi sia il capo. Gli adolescenti in cerchio, mentre fanno i gesti, cantano: “Capo facci cambiare, facci cambiare capo, se non ci fai cambiare, noi cambieremo capo”. Il ragazzo che era uscito viene riammesso nel gruppo ed è chiamato a scoprire chi è il capo osservando attentamente chi fa cambiare al gruppo i gesti. Ha tre tentavi per indovinare il capo: se lo fa, il capo deve uscire dal cerchio e diventa lui quello che deve indovinare; se non indovina si allontana nuovamente e si deve eleggere un nuovo capo.
A ciascuno le sue regole
Dividere gli adolescenti in due squadre. Ciascuna deve scegliere uno sport o un gioco senza farsi sentire dall’altra squadra. Al via ogni squadra dovrà mimare alternandosi una regola alla volta dello sport scelto affinché l’altra squadra possa indovinare di cosa si tratta. Naturalmente la difficoltà aumenta se vengono scelte discipline poco conosciute dagli adolescenti e per le quali è difficile conoscere tutte le regole. Vince la squadra che per prima indovina la disciplina scelta.

FILM
Io non ho paura Un film di Gabriele Salvatores. Con Diego Abatantuono, Dino Abbrescia, Aitana Sánchez-Gijón, Giuseppe Cristiano, Mattia Di Pierro, Giorgio Careccia Drammatico, durata 95 min. - Italia 2003 La storia è ambientata nel 1978 nella campagna pugliese in un paese inventato, Acqua Traverse, a sua volta una piccola frazione di un paese ugualmente fittizio, Lucignano. Il protagonista della storia è Michele Amitrano, un ragazzino di 9 anni che, obbligato a fare una penitenza dal suo amico Teschio, entra in una casa abbandonata, e scopre un buco nascosto nel terreno, in cui gli sembra di vedere dall'alto un corpo sotto un lenzuolo. Michele rimane molto turbato, ma non dice niente quando torna a casa. Ogni giorno che passa ritorna alla casa abbandonata e scopre che nel buco è nascosto un bambino rapito, Filippo. I due diventano amici. Un giorno a casa di Michele arriva Sergio, un presunto amico del padre. Quella notte il protagonista scopre che il padre, insieme a Sergio e ad altri abitanti del paesino, hanno rapito Filippo e vogliono chiedere un riscatto. Michele, conosciuto Filippo, stringe subito amicizia con lui e, seppur solo in due, fanno subito gruppo. Michele comprende quanto sia importante rispettare le regole perché esse ci consentono di vivere nel rispetto dell’altro ed è per questo che “si ribella” al padre per proteggere Filippo, il suo vero amico, il suo gruppo.
PREGHIERA
Aiutaci Signore ad accettare,
anche quando non ci va,
le regole che danno un senso alla nostra vita di gruppo.
Fa’ che, rispettandole,
possiamo sempre rispettare gli altri componenti
così da far crescere il nostro gruppo.
Come gli israeliti,
rendici predisposti sempre al rispetto delle tue regole
perché anche la pelle del nostro viso
possa essere raggiante come quella di Mosè
compiendo sempre,
tramite i nostri piccoli gesti di ascolto ed accoglienza,
la tua volontà.


lunedì 2 marzo 2020

FACCIAMO GRUPPO

FINALITA’ EDUCATIVA


Comprendere l’importanza del gruppo, le sfide e le opportunità che comporta, nella certezza che è elemento fondamentale per la crescita. Acquisire la sicurezza necessaria ad affrontare le barriere presenti non solo nel mondo esterno ma anche in quello domestico.
ATTIVITA’
E tu che cromosoma sei? DNA di gruppo Ogni ragazzo avrà a disposizione un foglio ed una penna. Sul foglio, ogni ragazzo scriverà una caratteristica che lo contraddistingue ed appallottolerà il foglio. Quando l’animatore darà il “via”, tutte le palline saranno lanciate al centro del cerchio ed ogni ragazzo dovrà alzarsi per recuperare la prima pallina che gli capita. A questo punto, i ragazzi, dovranno leggerne il contenuto, appallottolare nuovamente il foglietto e cercare colui/colei che secondo loro ha lanciato la pallina che hanno in mano. Una volta individuato l’altro componente del gruppo, senza aprire la pallina o rivelarne il contenuto, devono porsi accanto a lui formando una sorta di catena. Quando si saranno formate tutte le coppie, a turno, ogni ragazzo rivelerà al suo compagno la caratteristica riportata sul suo foglietto. Se il ragazzo indovina chi lo ha scritto, resta al suo posto; in caso contrario si sposta accanto alla persona che rivelerà di aver scritto quel foglietto (ovviamente il primo e l’ultimo elemento della catena sono idealmente vicini). La catena risultante sarà il “DNA” del gruppo. Si potrebbe pensare di fotografarla e stamparla così da renderla visibile per tutto l’anno.
ASCOLTO DELLA CANZONE “LA DURA LEGGE DEL GOL” 883
Quando il gruppo è unito per davvero non c’è alcun agente esterno che può minarne l’unione. Come racconta la canzone, nonostante il tempo e le difficoltà sopraggiunte, il gruppo di amici è ancora lì… “perché in fondo lo squadrone siamo noi!”
PERCHÉ SI CERCA UN GRUPPO?
COSA RENDE UNITO UN GRUPPO?
Gli adolescenti sono invitati a esprimere le loro opinioni attraverso uno brainstorming che offrirà l’occasione agli educatori di evidenziare aspetti positivi, potenzialità, ma anche rischi e limiti di alcune affermazioni.
PERCHÉ FARE GRUPPO?

Spunti di riflessione Ricordiamoci che il gruppo per gli adolescenti: 1 – rappresenta una base sicura attraverso la quale i ragazzi costruiscano rapporti e alleanze che permetteranno loro di spiccare il volo nella società; 2 – consente di stringere rapporti più intimi. Al suo interno nasceranno molte amicizie e le prime relazioni sentimentali; 3 – permette all’adolescente di conoscere meglio se stesso. Sviluppando l’appartenenza ad un gruppo l’adolescente, infatti, consolida la sua identità; 4 – favorisce le esperienze di condivisione e di empatia tra i componenti: questo aprirà la strada alla creazione di relazioni intime ed autentiche. Sicuramente ci sarebbero molte altre caratteristiche da considerare. Già queste, tuttavia, ci permettono di escludere molti pregiudizi che spesso si hanno nei confronti dei gruppi adolescenziali, talvolta considerati unicamente come l’anticamera di fenomeni di bullismo e di violenza. Obiettivo del gruppo adolescenziale sarà proprio quello di dare risalto ed importanza alle abilità e alle risorse di ogni singolo partecipante. Alcuni avranno maggiore o minore esperienza, maggiori o minori abilità da offrire, ma l’importante è che queste differenze siano non solo riconosciute ma usate in modo creativo.
Tu, cosa sei disposto a donare al gruppo?
 E cosa ti aspetti da questo gruppo?
Una storiella per riflettere: “Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.” Il gruppo ci assicura accoglienza, protezione, aiuto, consolazione… Ma può anche essere un luogo di ferite reciproche, di sofferenza e fatica.
Come camminare verso la giusta distanza?
Possiamo evitare tutte le fatiche? (...cioè esiste un gruppo ideale?)
Il gruppo è caratterizzato da un modo di stare insieme, dalla comunicazione che viene usata, da come si sviluppano le relazioni e cioè dal cercare di individuare e capire i punti di forza e i punti di debolezza dell’altro. Quindi si può fare gruppo in vari contesti; ma il gruppo è definito proprio da come le persone stanno insieme, cioè da come comunicano fra di loro; se la loro comunicazione tende a fare venire a galla i pregi e i difetti di ciascuno – per essere conosciuti ed accettati cioè per mettersi in grado di sviluppare una leadership diffusa – allora questo insieme di persone è potenzialmente un gruppo. Se invece prevalgono stereotipi, pregiudizi, se vengono sottolineati solo i difetti o i punti di debolezza per competere o addirittura per sottomettere gli altri, questo non è un gruppo ma – tendenzialmente – un branco, una banda o gruppo regressivo. Lo scopo per cui il gruppo ha una funzione strategica è il benessere; stare bene in un gruppo significa stare meglio anche con se stessi. Se stiamo bene siamo in grado anche di lavorare meglio; un insieme di persone che diventa un buon gruppo produce di più anche dal punto di vista del rendimento lavorativo. 
Cosa vogliamo costruire insieme?
È importante, per un gruppo, avere un ideale condiviso, un fine per cui si sta insieme, si progetta insieme, si fatica insieme, ci si appassiona e ci si confronta. Nessun gruppo può crescere, ma nemmeno sopravvivere, se non si costruisce attorno ad un punto comune forte, bello, per cui vale la pena starci.
Ma se qualcuno non condivide questo ideale?
Se qualcuno si aggrega al gruppo senza veramente lasciarsi coinvolgere in prima persona?
S i può stare in un gruppo senza viverne le scelte?
Ascolto della canzone “4 AMICI AL BAR” Gino Paoli
Ecco cosa accade ad un gruppo non unito. Ognuno abbandona il gruppo rinnegandone gli ideali condivisi con gli altri componenti per seguire i propri interessi. Proviamo a tirare insieme le conclusioni di questa riflessione per chiederci: COME VOGLIAMO VIVERE IL NOSTRO GRUPPO QUEST’ANNO?
IL PUNTO FERMO DEL GRUPPO NELLA BIBBIA
Esodo 12, 1-6 1 Il Signore disse a Mosè e ad Aronne in terra d'Egitto: 2«Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. 3Parlate a tutta la comunità d'Israele e dite: «Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. 4Se la famiglia fosse troppo piccola per un agnello, si unirà al vicino, il più prossimo alla sua casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello secondo quanto ciascuno può mangiarne. 5 Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre 6e lo conserverete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. Dio si rivela essere punto saldo di aggregazione: nel suo nome, insieme a lui, è sempre più bello fare gruppo. Nel brano biblico proposto Dio stabilì che, nella notte in cui il popolo di Israele doveva uscire dall'Egitto, ogni famiglia avrebbe dovuto uccidere un agnello o che due o tre piccole famiglie avrebbero dovuto riunirsi per uccidere un solo agnello. Tutte le famiglie della comunità avrebbero dovuto immolare l’agnello insieme, nello stesso giorno, il quattordici del mese come segno di appartenenza alla comunità Israelita. L’agnello diviene quindi il punto fermo attorno al quale si “riunisce” il gruppo degli Israeliti, motivo di unione, di incontro tra famiglie che, compiendo lo stesso gesto insieme, si identificano in un gruppo condividendone gli ideali. Simbolicamente, l’agnello rappresenta Gesù Cristo (che nell’Apocalisse viene spesso chiamato “l’agnello”) che si offre per la salvezza dell’umanità. Il sacrificio di Cristo diviene quindi il motivo dell’unione, motivo nel quale noi cristiani ancora oggi possiamo identificarci come gruppo. Diviene quindi importante per un gruppo trovare il punto fermo, le fondamenta salde sulle quali costruire il gruppo e dalle quali scaturiscono tutte le caratteristiche somatiche del gruppo stesso: princìpi, ideali, scopi ed obiettivi.
DAL GRUPPO ALLA CHIESA
La Chiesa come istituzione globale ha perso oggi molto di significatività: per motivi di credibilità interna e per la crisi generale che ha investito ogni istituzione tradizionale. Soprattutto riesce difficile vivere reali esperienze comunitarie, per l'anonimato e la marginalità delle sue strutture. Dobbiamo inventare un luogo alternativo: significativo e di esperienza comunitaria intensa. Questo spazio è il gruppo, per molti giovani dunque l'indispensabile «mediazione» ecclesiale. Per molti giovani la Chiesa diventa un fatto di esperienza, sul quale è possibile iniziare quel processo di identificazione che permetta di interiorizzare i contenuti che definiscono l'essere Chiesa, solo attraverso un gruppo. Tra le molte cose vogliamo ricordare due esigenze che ci fanno scoprire come il passaggio da gruppo a «mediazione ecclesiale» non avviene per scatti automatici. A) Una esigenza di identificazione: il giovane deve sentirsi parte del gruppo per sentirsi parte della Chiesa. Il senso di appartenenza è condizionato dal livello di identificazione del giovane nei confronti del o gruppo. Una partecipazione marginale o in un gruppo a basso indice di coesione, non crea identificazione e quindi non raggiunge l'obiettivo. B) Una esigenza di reale ecclesialità: far parte di un gruppo che sia effettivamente ecclesiale. Si tratta di una condizione pregiudiziale. È evidente che non basta vivere una buona esperienza di gruppo. L'appartenenza al gruppo diventa mediazione di appartenenza ecclesiale se il gruppo è in se stesso «ecclesiale». Il gruppo, però, non è «la» Chiesa. Non per nulla abbiamo sempre parlato di «mediazione». Non basta la sola appartenenza ad un gruppo per raggiungere quel maturo senso di appartenenza ecclesiale che ci sta a cuore. Dal gruppo e attraverso il gruppo, bisogna toccare l'oggettiva dimensione ecclesiale: la Chiesa, mistero di comunione e istituzione storica (Chiesa particolare, locale e universale). Il rapporto di identificazione deve avvenire tra il gruppo e l'istituzione più vasta che è la Chiesa, ai suoi vari livelli concentrici. Il gruppo è diventato il luogo di esperienza ecclesiale per il singolo giovane: una esperienza rilevante ma non globale. Se non vogliamo attivare conflitti di appartenenza, è importante che il gruppo, nel suo insieme, «senta» di far parte dell'istituzione. Se alla persona si chiede invece di appartenere al gruppo e, solo a titolo personale, all'istituzione ecclesiale, facilmente salterà il legame con l'istituzione, perché è normale rifiutare nel conflitto il polo meno concreto. Troppe esperienze attuali sono su questa linea. Non basta la buona volontà e le raccomandazioni generiche. (Stralcio di articolo di Riccardo Tonelli, NPG 1976-03-19)
Fare l’unità della Chiesa, costruire la Chiesa, questo tempio, questa unità della Chiesa: questo è il compito di ogni cristiano, di ognuno di noi. Quando si deve costruire un tempio, un palazzo si cerca un’area edificabile, preparata per questo. La prima cosa che si fa è cercare la pietra di base, la pietra angolare dice la Bibbia. E la pietra angolare dell’unità della Chiesa o meglio la pietra angolare della Chiesa è Gesù e la pietra angolare dell’unità della Chiesa è la preghiera di Gesù nell’Ultima Cena: ‘Padre, che siano uno!’. E questa è la forza! Gesù è la pietra sulla quale noi edifichiamo l’unità della Chiesa, senza questa pietra non si può. Non c’è unità senza Gesù Cristo alla base: è la nostra sicurezza. Ma chi, dunque, costruisce questa unità? È il lavoro dello Spirito Santo. È l’unico capace di fare l’unità della Chiesa. E per questo Gesù lo ha inviato: per fare crescere la Chiesa, per farla forte, per farla una. È lo Spirito, che fa l’unità della Chiesa nella diversità dei popoli, delle culture, delle persone”. La voce di Papa Francesco (Messa mattutina a S. Marta, 24 ottobre 2014)

Riflettere con gli adolescenti sul senso di appartenenza alla Chiesa e su come vivere il gruppo in tale senso.

FILM
Stand by me – Ricordo di un’estate Un film di Rob Reiner.
 Con River Phoenix, Wil Wheaton, Corey Feldman, Kiefer Sutherland, Richard Dreyfuss. Avventura, durata 89 min. - USA 1986 Estate 1959: Gordon "Gordie" Lachance, Chris Chambers, Teddy Duchamp e Vern Tessio sono quattro amici dodicenni che vivono nella piccola cittadina dell'Oregon di Castle Rock, e si preparano a passare al ginnasio. Un giorno Vern, cercando dei soldi che aveva sotterrato, ascolta per caso la conversazione tra suo fratello maggiore Billy e un amico, viene a conoscenza che i due si sono imbattuti casualmente nel cadavere di un ragazzino e non ne hanno denunciato il ritrovamento. I quattro ragazzi, spinti dal desiderio di riscattarsi e diventare degli eroi agli occhi di tutti, decidono di andare alla ricerca del corpo. Dopo aver superato mille ostacoli, fra cui anche quello di doversi scontrare con i più, trovano il cadavere maturando tanto durante il viaggio compiuto.
PREGHIERA
Signore, aiutaci con la tua presenza costante,
ad essere sempre vero gruppo unito.
Donaci la capacità di sapere condividere
insieme agli altri
ciò che ci doni
così da rendere sempre più forte e sincero
il legame tra di noi,
rinsaldando le basi del nostro gruppo.
Aiutaci a non avere paura dell’altro
ma trasforma ogni occasione di incontro
In una possibilità di crescita tra di noi e con Te!


LA LITURGIA DEL GIORNO domenica 31 luglio 2022

XVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C) Grado della Celebrazione: DOMENICA Colore liturgico: Verde Antifona d'ingresso O Dio,...